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La Festa di S. Antonio Abate tra sacro e profano

La scelta calendaristica

L’anno per i romani fino alla riforma calendaristica del 46 a.C. iniziava a marzo, i mesi invernali venivano raggruppati in unico periodo del freddo. Il calendario romano originale era più breve di quello gregoriano (304 giorni), fu Numa Pompilio ad aggiungere Gennaio e Febbraio, rendendo l’anno uguale a quello solare. Con la riforma giuliana del 46 a.C. il primo giorno del mese è stato fatto coincidere con il Capodanno, ma quest’ordine del calendario non è stato sempre mantenuto nelle varie epoche. Nel medioevo, ad esempio, venivano considerati come primo giorno dell’anno a volte il 1° marzo (come nella Repubblica di Venezia) oppure il 1° settembre (Impero d’Oriente e Russia) ed è stato così fino al XVIII secolo. Gennaio come sappiamo chiude i festeggiamenti del Natale cristiano con l’ultima festività dell’Epifania, celebrata il 6 gennaio e la scelta di portare la ricorrenza di S. Antonio al 17 Gennaio venne a sovrapporsi con altri riti pagani sparsi per l’Europa. Nella cultura delle tradizioni rurali le date e i Santi erano legati alle condizioni delle attività meteorologiche e del raccolto e per ogni periodo o Santo i popoli creano usanze, detti e proverbi!

S. Antonio Abate, cenni sulla vita e la nascita dell’Ordine Questuante degli Antoniani

Di lui si narra in tanti scritti ma l’unica biografia redatta in Greco è quella del monaco, Atanasio, che lo segui negli anni della sua vita ad Alessandria.
Considerando che già nel duecento era diffusa la Leggenda di Teofilo uomo colto che scelse di convertirsi e di professare il verbo di Cristo! Il nome Teofilo, che in greco significa “colui che ama Dio” o “amico di Dio”, a partire dal III secolo a.C. era diffuso già tra i cristiani, ma proprio per il valore della sua etimologia era stato adottato anche dagli ebrei.
Anche se non siamo in grado di definire le origini di questo personaggio che si era convertito al cristianesimo e che Luca scrive di voler condurre verso una conoscenza più solida e compiuta, sia della storia e del messaggio di Cristo sia delle vicende della Chiesa.
Certo è che Teofilo sarà comunque, una presenza storica significativa nei primi passi della diffusione del cristianesimo e degna ispirazione per Sant’Antonio, da qui l’attributo che i suoi concittadini gli diedero soprannominandolo Teofilo, per laudarne la religiosità e la sua devozione a Dio.
Dall’XI secolo le reliquie di S. Antonio sono custodite in Francia, nel Delfinato. Una legenda vuole che il cavaliere francese Jocelino di Guglielmo dopo aver combattuto al fianco dei bizantini, portò con sé in patria i venerati resti dell’eremita.
I resti di S. Antonio però, in Europa arrivano in seguito a quel vasto movimento di reliquie che vennero importate dall’Oriente nel Medioevo e la provenienza da Costantinopoli ultima sede dell’impero Romano e culla del cristianesimo, era sicura garanzia d’autenticità e cristianeità!
Le reliquie del Santo trovarono dimora nella diocesi di Vienne (e precisamente in una cittadina che ancora oggi si chiama Bourg Saint’Antoine).

Solo nel 1297 nacque invece l’Ordine Questuante degli Antoniani, che richiamandosi alla regola di Sant’Agostino si diffuse rapidamente in tutta l’Europa. Gli Antoniani si fecero noti sin dall’inizi del 1300 per una loro specificità: quella di saper curare “l’ergotismo cancrenoso” detto “ignis sacer” che molti chiamano impropriamente ancor oggi fuoco di Sant’Antonio.
I monaci curavano questa malattia da decubito che portava alla cancrena degli arti inferiori mediante il “grasso di maiale misto ad alcune erbe“.
La terribile malattia, “divorava come il fuoco” gambe e piedi, spesso destinati all’amputazione per l’evoluzione maligna della malattia stessa.
Causata da un fungo che si sviluppava nella farina di segale cornuta, largamente impiegata nel basso medioevo dai ceti rurali ed indigenti per confezionare il loro pane quotidiano, per tutto il medio evo fu un vero flagello dell’Europa rurale.
Gli Antoniani per far fronte a questa esigenza incentivarono tra i contadini la produzione dei suini per il prezioso grasso con cui i frati curavano l’ergotismo.

L’ordine Antoniano iniziò così a diffondersi e con esso anche le prime immagini che raffigurano Sant’Antonio con un porcellino ai suoi piedi.
Ancora nel XVII secolo, queste rappresentazioni creavano non lieve imbarazzo ai teologi della chiesa di Roma, i quali non riuscivano a spiegarne i motivi, anche se il Papa a metà del 1300 accordò agli Antoniani il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità e i suini poterono circolare liberamente fra cortili e strade senza che qualcno li potesse toccare se portavano una campanella legata al collo.
Per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, questo viatico lo porterà ad esser considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.
Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.
Nel giorno della sua festa liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici e in alcuni paesi di origine celtica, Sant’Antonio assunse le funzioni come la divinità LUG della rinascita e della luce, garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maiali, così S. Antonio venne poi rappresentato in varie opere d’arte con ai piedi un cinghiale.

La figura di S. Antonio Abate, sin dall’arrivo in Europa, aveva già intrapreso un processo di occidentalizzazione, distaccandosi sempre più dall’idea di anacoreta della Tebaide per divenire abate di monastero. In questo percorso di riscrittura iconografica, gli Antoniani ebbero un ruolo significativo, diffondendo una immagine del tutto conforme alle proprie attività devozionali. Antonio divenne così un Santo antoniano: vestito con l’abito dell’ordine ed associato ad attributi che richiamassero in maniera inequivocabile la missione della famiglia religiosa come il fuoco, la campanella ed il maiale. Diverso è il caso del Tau, detto potentia, probabilmente l’unico simbolo legato in antico all’eremita perché di chiara origine orientale che gli antoniani fecero comunque proprio. L’affermazione dei simboli connessi all’ordine divenne talmente naturale che, quando gli antoniani si estinsero, le ragioni dell’iconografia vennero dimenticate. Non essendoci più i suini a vagare per le città, i commentatori del Seicento non sapevano per quale motivo il santo avesse per fido compagno un maiale. Si verificò allora una fioritura di nuove leggende nate da immagini che non si era più in grado di decodificare ed il cerchio si chiuse: ”partito dal deserto, Antonio divenne il patrono delle stalle e delle campagne da invocare per scongiurare incendi o epidemie del bestiame”.
Riti che per millenni le popolazioni rurali avevano sempre osservato e che ora con il cristianesimo che evangelizzava il Mondo intero potevano facilmente attribuirsi alla vita di uno o di un altro santo.
Sant’Antonio e i falò della tradizione contadina, ancora oggi, si usa nei paesi accendere il giorno 17 gennaio, “torcioni”, “farchie”, “focarazzi”, “ceppi” o “falò di S. Antonio”, e da noi le torce, simboli che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera

La data, quella del 17 gennaio di ogni anno, coincidente con la la morte di sant’Antonio è in alcuni paesi del centro Italia coincidente con l’inizio del Carnevale.
In ogni realtà comunque la festività si svolge con spirito ludico ma senza rendersi conto del profondo significato storico-antropologico che hanno tali rituali.
Sant’Antonio, come è noto, è rappresentato specie nelle immagini votive, attorniato da molti animali da cortile e il maiale, definito da sempre ricchezza della casa contadina. Molti artisti nel corso dei secoli lo hanno ritratto in tanti modi raccontandocene i tanti episodi e simboli della vita stessa del Santo! Anche la statuetta dorata che gli Eretini dimorano ogni anno nella casa di un nuovo signore, il quale lo accoglie e l’onora, è anch’essa parte della storia iconografica di Sant’Antonio.

La ricorrenza di Sant’Antonio Abate

Tante le comunità cristiane che si sono raccolte intorno al culto di S. Antonio Abate e altrettante le cittadine della Sabina che celebrano la festa di Sant’Antonio Abate il 17 Gennaio.
Allumiere: la festa si svolge con la benedizione degli animali e un grande falò nella piazza principale.
Velletri: la festa include un corteo a cavallo per le vie della città e la consueta processione.
Vicovaro: la festa si svolge con una processione e la benedizione degli animali.
Campagnano di Roma: la festa include un grande falò e giochi tradizionali medievali. Sempre più ricercatori e storici hanno rivolto la loro attenzione al culto di S. Antonio e alle feste popolari in suo onore.
– La festa è da sempre oggetto di studio da parte di antropologi e studiosi di cultura, che hanno analizzato le sue radici storiche e il suo significato simbolico.
– Alcuni hanno voluto esplorare il ruolo della festa nella costruzione dell’identità locale e nella trasmissione delle tradizioni culturali.

Altri hanno rivolto attenzione per i simboli della festa

– La processione e i falò restano elementi fondamentali nel culto del Santo: il significato simbolico dei falò e la loro relazione con la tradizione cristiana e pagana.
– Esempi di università straniere che hanno condotto ricerche sulla festa di Sant’Antonio Abate:
– Università di Oxford (Regno Unito): Dipartimento di Antropologia
– Università di Harvard (Stati Uniti): Dipartimento di Studi Italiani
– Università di Parigi (Francia): Dipartimento di Italianistica
Questi, solo alcuni esempi di come la festa di Sant’Antonio Abate sia stata oggetto di studio da parte di ricercatori internazionali.

Il culto di S. Antonio nella tradizione cristiana

Complesse e articolate sono invece le origine remote della devozione verso Sant’Antonio, che riconducono in modo certo e diretto a riti dell’antichità pagana celtica e romana ai quali si è poi andata via via sovrapponendo la religione cristiana che ha sapientemente dirottato quei culti verso devozioni più “ortodosse”. Il lungo periodo intercorrente fra il solstizio d’inverno e l’equinozio primaverile, nella religione romana arcaica, era costellato da numerose cerimonie il cui fine ultimo era quello di purificare uomini, animali e campi, propiziando gli dei affinché questi favorissero il nuovo corso della natura, che stava per avviare un nuovo ciclo con l’arrivo della primavera. Alla fine di gennaio si celebravano le Feriae sementinae in onore delle divinità Cerere e Terra, alle quali si offrivano pozioni di latte e mosto cotto e si sacrificava loro una scrofa gravida accompagnata da un’offerta di farro, mentre gli animali da lavoro venivano addobbati con fiori e lasciati a riposo.

Nel calendario odierno troviamo molte feste che richiamano questi “riti di passaggio” e quella di Sant’Antonio Abate è senz’altro la più importante di tutte. D’altronde, come scrive A. Cattabiani nel suo libro Calendario, “nella storia dell’evangelizzazione” è sempre successo che i convertiti trasferissero all’interno della nuova fede usanze e riti della precedente, perché si trattava di tradizioni a cui non potevano rinunciare, pena la perdita della loro identità.
Uno degli attributi iconografici di Sant’Antonio, insieme con il fuoco (che ha una funzione purificatrice e dalla quale discende la tradizione di accendere falò la sera prima della festa nonché il legame di Sant’Antonio con l’herpes zoster), è il maialino, che in origine era un cinghiale, il quale, a sua volta, era l’attributo di un dio celtico, chiamato Lug, rappresentato come un giovane che porta in braccio il cinghiale.
Il dio-cervo Lug era colui che risorgeva ogni anno assicurando così il ritorno della primavera e della luce, garantendo quindi la fecondità e la vita. Per i celti convertiti fu proprio Sant’Antonio Abate a raccogliere le funzioni purificatorie e propiziatorie del dio-cervo Lug, caricando così di ulteriori significati le celebrazioni della memoria di questo santo.
Insomma, da Lug a Sant’Antonio, attraverso Cerere, Terra e… molto altro, un mondo di riti e tradizioni che meritano di essere riscoperte e studiate. La festa di Sant’Antonio Abate è una ricorrenza complessa che affonda le sue radici in riti e tradizioni dell’antichità pagana celtica e romana, e che è stata trasformata e incorporata nella tradizione cristiana. La simbologia della festa, è un riflesso di questa complessa storia.
La festa di Sant’Antonio Abate è un esempio interessante di come il sacro e il profano possano coesistere e intrecciarsi in una ricorrenza festiva.
La figura di Sant’Antonio Abate è un simbolo di protezione e di guarigione, ma anche di tradizioni e di cultura popolare.

Il sacro e profano nella Festa di S. Antonio

– La festa di Sant’Antonio Abate è una ricorrenza religiosa che si celebra con diverse funzioni religiose, dal venerdì alla domenica la più vicina alla data del 17 gennaio, giorno della morte del santo.
– La chiesa cattolica onora Sant’Antonio Abate come Patrono degli animali e dei contadini e dei macellai.
– La festa è caratterizzata da processioni e benedizioni di animali.

Il profano della festa

– La festa di Sant’Antonio Abate è un’occasione per celebrare la tradizione e la cultura popolare.
– I falò e le torce che simboleggiano la purificazione e la protezione.
– La festa è partecipazione d’una intera comunità, che si conforma al rito, ai suoni , ai simboli ai colori.

S. Antonio e i proverbi

– Sant’Antonio, un’ora bona.
– Sant’Antonio dalla barba bianca, se non nevica non se magna.

Dappertutto le comunità della penisola hanno coniato un detto per ricordare il Santo ed il periodo di gennaio in cui cade la sua ricorrenza.
In Lombardia: Sant’Antoni de la barba bianca, se “l piöf mea la nef no manca” (se non piove, la neve non manca). “Sant’Antóne ün’ura gròsa” (A Natale il passo di un gallo, all’Epifania un’oretta, a Sant’Antonio un’ora buona).
In Brianza il proverbio diventa “A Sant’Antoni un’ura e un grögn” (A Sant’Antonio un’ora e un pezzo di pane) oppure: “A Sant’Antoni un’ura e un glori” (un’ora e un Gloria).

La data del 17 gennaio di ogni anno ricorre la morte di Sant’Antonio, ma in alcuni paesi del centro Italia è ancora oggi l’inizio del Carnevale. In ogni realtà comunque la festività si svolge con spirito ludico assumendo un profondo significato storico-antropologico che tutti i riti hanno. Sant’Antonio, come è noto, è accompagnato da falò e fuochi vari e dalle torce in uso nelle processioni, molte le immagini che lo rappresentano nel culto popolare, anche la statuetta dorata che gli Eretini dimorano ogni anno nella casa di un nuovo signore, che l’onora e lo accoglie è anch’essa parte della storia iconografica di Sant’Antonio ed è divenuta un simbolo di devozione per un’intera comunità, quella Eretina.

S. Antonio il culto e la devozione degli eretini (Monterotondesi)

Il rituale della festa dal risveglio con il botto alla tradizionale messa e benedizione del mattino ai bisognosi e la funzione religiosa prima della benedizione degli animali bardati di coccarde colorate, sono affidate ad un rigoroso iter liturgico che culmina con la visita del santo tenuto in custodia dal nuovo Signore coadiuvato dal custode che lo cede e da quello che gli succederà, alle diverse chiese sparse sul territorio comunale, è questa la cavalcata, perché tutto avviene “’n groppa a ’n cavallu”. Alla sera ai Vesperi con una messa solenne il Santo esce dalla chiesa da dove riceve l’ultima rituale benedizione e in processione con la “Fiaccolata” viene accompagnato alla casa del nuovo “signore” scelto dalla lista dei confratelli che si riservano nel tempo per avere questo onore!
Gli storici locali fissano la nascita della Festa di S. Antonio Abate a Monterotondo tra il XV ed il XVI secolo, quando probabilmente nacque la Pia Unione. Alcuni studiosi, invece ritengono che abbia origini più remote e che la Confraternita nacque per regolamentare ed organizzare la Festa, fino ad allora condotta all’insegna di una libera interpretazione da parte del popolo.
Inizialmente, S. Antonio Abate veniva festeggiato il 17 gennaio indipendentemente dalla Domenica oggi deputata alla festa. Un solo giorno durante il quale, i fedeli portavano in Processione per il paese cavalli ed asini addobbati con fiori creati con carta velina e con l’Effige di S. Antonio incollata sulla fronte degli animali. inizialmente si faceva solo il pranzo del lunedì, chiamato “Brocculata” dentro le bettole e i tinelli, a differenza di oggi, che si tiene da anni presso il convento dei frati cappuccini e ora presso la nuova chiesa di S. Martino. Il mattino viene salutato con spari a salve e campane che iniziano a suonare alle ore sette.

Il Triduo

Sabato, per la prima volta dopo un anno il Santo lascia la casa del Signore della festa per raggiungere il Duomo. Iniziano ufficialmente i festeggiamenti. La statuina resta per alcune ore esposta per i fedeli, poi incomincia il cammino verso la Chiesa. Chi la custodisce ormai da 12 mesi la porta stretta tra le proprie mani, affiancato a destra dal prossimo successore, a sinistra dal Signore da cui l’aveva ricevuta l’anno prima. La “terna” costituita dai tre Signori, di nuovo il numero tre, si ripete ad ogni uscita ufficiale; al loro seguito la processione si allunga accompagnata dalla banda.


La domenica prima della processione (cavalcata) la statuina, accompagnata da un corteo di automobili, viene condotta all’Istituto zootecnico di Tor Mancina per la prima messa della giornata insieme a quanti abitano o lavorano nell’azienda dello Stato. Una tappa non casuale, carica di significato come le tre successive. Qui si chiede a Sant’Antonio l’intercessione per tutti gli animali, in una stanza circondata dal verde. Tappa successiva la Chiesa di Santa Maria del Carmine, a Monterotondo Scalo: un tempo non si dimenticava chi, cittadino di Monterotondo, vivendo a qualche chilometro di distanza era impossibilitato a seguire da vicino la festa. Infine la preghiera con gli anziani della Casa di riposo Don Giuseppe Boccetti e poi la visita in Ospedale, per il conforto ai malati. A Monterotondo nel frattempo “i cavallari” in piazza davanti al Duomo aspettano il ritorno della statuina per la santa messa. A fine del rito religioso il parroco esce per la benedizione degli uomini e degli animali. A cavallo il santo verrà poi portato per ricevere la benedizione presso le altre chiese della città.
La sera dopo la messa del vespro una processione di fedeli e cittadini provvisti di torce e ceri percorre le vie cittadine, seguendo un percorso prestabilito fino a raggiungere la casa del “Nuovo Signore”. Di tanto in tanto, si formano dei piccoli gruppi di torciari che in cerchio alzano le loro torce accese in un punto immaginario del cielo al grido di: “…e pè Sant’Antognittu nostru, bellu, gajardu e tostu: Evviva Sant’Antonio”.

La maggior parte dei torciari portano a tracolla la cosiddetta “cupella”, caratteristico recipiente di legno, simile ad una botticella, della capacità di circa tre litri, piena di buon vino locale; mangiano le “coppiette” affumicate e piccanti, e le tipiche ciambelle a zampa.
Le ciambelle a zampa sono immancabili nella Festa di Sant’Antonio: costituiscono l’emblema della tradizione monterotondese. Sono dette ‘a zampa’ perché nella forma riproducono gli zoccoli dei bovini, da sempre simbolo agreste.
Lo Statuto della Pia Unione prevede che sia un confratello ad organizzare la festa nel caso in cui per quell’anno non siano giunte richieste. L’interruzione non esiste.

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