Destra-sinistra ohinoi, cultura e un po’ di storia
Partiamo narrando sommariamente del Risorgimento e dell’Unità di Italia (1861) che se alcuni ascrivono alla volontà di un popolo che ritrovava – erede delle grandezze di Roma – se stesso, beh v’è da dire con uno dei nostri più grandi scrittori, romanziere-giornalista del Novecento, Riccardo Bachelli (Mulino del Po 1938-40): “Ché infine, se le plebi parteciparono poco al Risorgimento, ebbero parte assai, e dolente e coraggiosa, nel pagarne i debiti”.
(E che segnalo ai pochi lettori ancora in grado di leggere e non solo guardare e scorrere titoli e figure, di iniziarne la lettura, sono tre magnifici volumi di grande diletto ed istruzione).
E con tutti i difetti, gli abusi i pervertimenti e le prevaricazioni del nuovo stato, che attraverso parlamenti “liberali” si comportavano a guisa dei vecchi governanti: con poca parola e parresia, peraltro incomprensibili ad un popolo tenuto da sempre nelle miseria e nell’alfabetismo, ma con i comprensibilissimi e vecchi gendarmi, armi e relative catorbie.
E andiamo a ritroso, ai prolegomeni della storia politica del nostro Paese e al suo “governamento” sotto un monarca Savoia. Una classe dominante di politici portati – e certo – al potere da rendite e capitali dei vecchi e nuovi padroni del vapore nel loro precipuo interesse, lasciando alle classi subalterne di poter entrare, educatamente, nel suo novero o adattarsi alla società costituita esercitando mestieri e professioni e commerci minori.
Questa primaria compagine conservatrice del sistema classico e piramidale della società fu detta politicamente destra (una figura retorica che ebbe i natali nella Rivoluzione francese del 1789, dove nell’Assemblea Nazionale i sostenitori del potere assoluto del re sedevano alla sua destra e quelli del cambiamento e dell’innovazione alla sua sinistra).
Era una élite di eredità cavourriana composta quindi da aristocratici, alta borghesia terriera, liberisti in commercio ma accentratori di bilanci statali nella tassazione. Con un liberalismo economico mai attuato prima abbatterono barriere doganali ed interne ed esterne e fornirono al Nord la modernizzazione agricola e la nascita industriale, lasciando il Sud ricco di terre ma povero di capitali, privo di innovazioni ma a tassazioni eguali (e inique) e di fatto depauperandolo la dove poterono (si ricorda – ad esempio – la deforestazione – tutta di corte sabauda – che lasciò la Sardegna che era la regione più fittamente boscosa ed antica d’Europa: desolata e solamente cespugliata. Inizialmente per le traversine ferroviarie d’Italia, poi per i cantieri nautici, e al fine querce, castagni, e alberi secolari a legna da ardere a cosi bassi prezzi da impiegarne navi per il trasporto nel continente, e affidando perdippiù manodopera per tagli e trasporti a ditte esterne all’isola. O l’affamamento delle braccia da lavori pubblici nel Sud operato dalle ditte opulente del Nord)
E vorremmo ricordare che la questione meridionale e la sua arretratezza soprattutto sociale rispetto al nord, fu vanamente a studiata e affrontata da forti e integerrimi uomini da Fortunato, Sonnino, Franchetti, Cavalieri, ma senza che nessun governo la prendesse in considerazione, né allora, né ora.
E la destra dei Quintino Sella, dei Ricasoli, dei Minghetti era composta da uomini colti e con una corposa preparazione giuridica scientifica, umanistica che mutarono pragmaticamente la visione dello stato in chiave più liberista che liberale e ciò nella loro dominanza dal 1861 al 1876.
La loro sovranità cadde quando fu sfiduciata dal Parlamento per le rimostranze fatte ovunque per la insistente pressione fiscale desiderosa del comun bene “del pareggio d’esercizio”, ma che andava a gravare (come oggi) su chi le tasse, con i beni al sole, piccoli o grandi che fossero non le poteva evitare, lasciando intassati ed impuniti speculatori, industrie “del pareggio di bilancio”e “capitali fluttuanti”.
E venne al potere la Sinistra (1876-1896) con il governo di Agostino De Petris e Francesco Crispi, Benedetto Cairoli, Giuseppe Zanardelli uomini di spessore culturale e mistico, appoggiata da una parte progressista del Paese: emergenti imprenditori, professori accademici, avvocati, impiegati di censo, ex garibaldini, uomini d’arme e popolani istruiti alle masse rivendicatrici.
E mentre la destra per privativa di classe aveva un sistema di restrizione al voto (solamente l’1,8% ne aveva diritto) e lasciava poco spazio all’istruzione e alla conoscenza con un dettato pedissequo sui doveri, la sinistra era fomentata da un estensione della democrazia e dei diritti, agognava un suffragio universale e proclamò (1877) la innovativa legge Coppino che prevedeva la scuola dai 6 ai 9 anni, e non più affidata, a chi poteva permetterselo, ai privati ed al clero e liberando l’insegnamento dai dogmi e doveri religiosi.
La sinistra sin dall’inizio e per sopperire alla dura opposizione del potere economico in mano maggiormente alla destra, iniziò la pratica del Trasformismo e cioè l’allearsi di volta in volta con deputati avversi per un obiettivo comune, la pratica creò costantemente squilibri e malaffari coinvolgendo in squallide vicende anche uomini di specchiata virtù.
Il governo dovette vedersela con bilanci liberi e favorevoli alla parificazione dei diritti che acuirono altrimenti le tensioni sociali tra le classi e furono aggravati dai tentativi colonialistici africani (1882) che inizialmente contesero alla Francia il protettorato nell’Abissinia e si allearono anche a ciò nella Triplice Alleanza con Austria e Germania alla italica conquista anche della Eritrea e Somalia.
Come le precarie annessioni (che tali furono nonostante le roboanti “balconanti” parole da Impero) del duce Benito Mussolini e le sue (nostre guerre) alla conquista di ciò che gli Imperi colonialistici veri (inglesi, francesi, tedesco austroungarici e persino belgi) ci avevano lasciato: le regioni desertiche del nord-Africa, improduttive e desolate e dove a nostro unico merito (e dopo massacri e stupri violenze su popolazioni locali effettuata da uomini nefandi quali i generali “rodolfigraziani”), costruimmo strade ed ospedali ancora in auge.
Nel 1896 sconfitta in tutti i sensi l’Italia si ritirò (e così la sinistra) ma le spesi ingenti della guerra provocarono, per tanti motivi, l’aumento del pane e dei generi necessari, la cui protratta causa provocò nel 1898 i fatti di Milano dove un governo (Antonio Di Rudini) parco di parole ma come detto all’inizio conoscitore di metodi con cui farsi capire dal popolo, incaricò il truce generale Bava. Beccaris (nomen omen dicevano i latini) di sedare i tumultuosi, il bieco eseguì facendo sparare sulla folla con centinaia di morti e il popolo capì.
Una nota lieta da volgare transeunte e irriguardoso scribacchino mi detta che il re Umberto I, che diede tacito o meno consenso, e che decorò il funesto generale, fu che l’anarchico Gaetano Bresci – per vendicare i precipui fatti esposti – pose fine alla sua melensa vita il 29 luglio del 1900.
Un Paese formato ad opera di certo non illustre casata (i sabaudi) che “piemontizzarono” malamente una serie di statarelli, ma che ebbe l’apporto di uomini eccezionali ed eroici, quali possono essere per indole e cultura gli italiani, che ne fecero un popolo ed uno stato (magari ancora in itinere!).
Oggi e tolti i fatti storici, siamo alle beghe, beghe da cortile il nostro. Anche se qualcuno dei più audaci politici si affaccia a vedere se viene qualcuno, siamo sempre lì incapaci e limitati dalla nostra grande arte, cultura e bellezza, che ci tengono inchiodati ad una vanagloriosa superbia nel recinto di casa.
Governi di destra e sinistra vanno e vengono, votati dagli italiani che si accontentano “del meno peggio” e di volta in volta. La storia si ripete.
