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Alessia Pieretti: “Il mio impegno da sportiva e da politica”

Lo sport ha accompagnato la mia crescita. Oggi i giovani devono diventare protagonisti del cambiamento.

Quando vedo tanti miei colleghi olimpici e campioni del mondo scegliere di mettersi al servizio dei giovani, non come “testimonial da palcoscenico” ma come alleati educativi, provo una profonda stima.
È questo l’aspetto che più ammiro del lavoro che l’Osservatorio Nazionale Bullismo e Disagio Giovanile porta avanti nelle scuole: non si limita a far parlare i campioni, ma costruisce un percorso in cui i ragazzi diventano protagonisti, campioni di vita.
Attraverso progetti strutturati di Peer Education, lo sport entra nelle scuole non per raccontare storie dall’alto, ma per attivare i giovani, responsabilizzarli, renderli parte attiva di un processo di cambiamento.
I campioni olimpici e del mondo diventano facilitatori, esempi concreti, stimoli autentici ma il centro del progetto restano sempre loro: i ragazzi.

Lo sport, nella mia vita, è stato determinante. Il pentathlon moderno mi ha insegnato che non esistono scorciatoie, che la crescita passa dalla fatica, dalla disciplina e dal rispetto delle regole. Sono valori che non si possono insegnare solo con le parole. Vanno vissuti, sperimentati, messi in pratica. È esattamente ciò che accade quando i giovani vengono coinvolti in un percorso di Peer Education: imparano facendo, confrontandosi tra pari, sentendosi riconosciuti.
«Oggi i ragazzi hanno bisogno di sentirsi visti e ascoltati. Hanno bisogno di essere considerati parte della soluzione, non solo destinatari di regole o di lezioni. Quando li rendi protagonisti, quando affidi loro responsabilità positive, rispondono con maturità e consapevolezza. Credo molto nel ruolo dei campioni come testimonial, ma solo se il loro esempio serve ad attivare gli altri. Il valore non sta nel racconto della medaglia, ma nella capacità di stimolare nei giovani la voglia di mettersi in gioco, di diventare a loro volta portatori di valori. È per questo che apprezzo profondamente i percorsi educativi gratuiti che vengono portati nelle scuole: perché uniscono sport, formazione e responsabilità. I campioni non si sostituiscono agli insegnanti, ma camminano accanto ai ragazzi, aiutandoli a scoprire il proprio potenziale».
«Essere donna di sport oggi significa anche questo: credere che lo sport possa educare, prevenire il disagio, costruire comunità più consapevoli. Quando lo sport diventa strumento di Peer Education, quando crea alleanze tra adulti e giovani, quando trasforma i ragazzi in protagonisti del cambiamento, allora svolge davvero la sua funzione più alta».
«Vedere tanti campioni del mondo e olimpici scegliere di essere “campioni di vita”, al fianco dei giovani, è un segnale forte. È la dimostrazione che lo sport, se guidato da valori autentici, può ancora fare la differenza».

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