Cina: gigante geopolitico
Una potenza in rapida ascesa tra ricerca egemonica e violazione dei diritti umani
E che ciò che succede a Saracinesco (908 metri di altitudine 174 abitanti sui Monti Ruffi e spalancato meravigliosamente sulla Valle dell’Aniene in provincia di Roma) o a Pechino (44 metri di altitudine 19 milioni e quattrocentomila abitanti, capitale della Cina) ci riguarda, in un mondo vicino e globalizzato, eccome!

Oliviero Frattolillo, Professore Ordinario Dipartimento Scienze Politiche Università degli Studi Roma Tre
Professore, quale esperto in politica internazionale del cosiddetto “Oriente”, ci dica allora cosa è oggi la Cina sia dal punto di vista ideologico, sia pratico.
Come storico della politica e delle istituzioni dell’Asia orientale trovo inevitabile precisare, prima di ogni altra considerazione, che “il cosiddetto Oriente” oggi non esiste più nella terminologia specialistica, data la sua vaghezza ma soprattutto per l’accezione eurocentrica che il termine reca in sé. Un Oriente, difatti, si autodefinisce per l’esistenza di un Occidente ad esso speculare su un piano vastissimo e pericoloso, corredato di elementi sia ideologici che geoculturali (non esenti dai retaggi della logica imperialistica che ci lega al nostro passato). Basti pensare a cosa succederebbe se al centro del nostro planisfero trovassimo il continente asiatico in sostituzione di quello europeo: tutti i nostri parametri di orientamento sarebbero stravolti e non saremmo più in grado di muoverci nelle strettoie delle convenzioni geografiche che ci hanno inculcato nelle aule della scuola dell’obbligo. Nei manuali di geografia adottati nelle scuole dei Paesi dell’Asia che guarda al Pacifico, così come alle pareti delle aule dove si fa didattica, le gigantografie delle mappe geografiche sono concepite in senso opposto e… il continente americano diventa il loro “Oriente”. Una simile e utile relativizzazione delle categorie di base che descrivono (e che definiscono noi stessi) ci introduce con più agio a trattare di un Paese da noi così lontano e al tempo stesso vicino com’è la Repubblica Popolare Cinese (RPC) che diremo collocata geograficamente in Asia orientale.
Ciò detto, la RPC è al centro di uno dei processi più dirompenti di sviluppo economico e militare del ventunesimo secolo. Il suo status di potenza in rapida ascesa rappresenta un fenomeno geopolitico che può destare ammirazione o perplessità, e che perciò non può lasciare indifferenti. Organo supremo del potere statale è l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) – composta esclusivamente dai deputati del Partito Comunista Cinese (PCC) – che elegge il Presidente della Repubblica, la Commissione militare centrale, il presidente della Corte Suprema del Popolo, il Comitato permanente dell’ANP e il Consiglio di Stato che svolge le funzioni di governo. Le assemblee popolari e locali, così come i Comitati da esse elette, sono rappresentazioni a livello locale del potere pervasivo esercitato dal PCC nella forma di Partito-Stato. Xi Jinping riveste la carica di Segretario del Partito dal 2012 ed è stato eletto alla presidenza della Repubblica Popolare l’anno seguente, abolendo nel 2018 i limiti di tale mandato che oggi è diventato permanente. Appartenente al gruppo dei Taizi (i “Principi Rossi”, figli e nipoti dei protagonisti della Lunga Marcia di Mao e della fondazione della RPC nel 1949), Xi è un esponente centrale della cosiddetta “quinta generazione di leadership” politica cinese che ha fortemente accentrato il potere istituzionale. Elemento chiave del processo di rapida ascesa del Paese, l’ideologia di Xi nota come “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” (o “Xiismo”) è divenuta parte integrante della costituzione cinese.

E prima di venire a noi, Europa e Italia, qual è il vero atteggiamento e scopo della Cina nei confronti degli Stati Uniti, della Russia e dell’India?
«L’obiettivo esplicito del Partito Comunista Cinese è un cambiamento sistemico dell’ordine internazionale»: ventidue anni dopo l’ingresso della Cina nell’OMC, Bruxelles ha preso ufficialmente atto della sua nuova posizione nel panorama globale in un discorso pronunciato dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a marzo 2023. Nel dettaglio, i rapporti di Pechino con gli Stati Uniti, l’UE e la Russia rivestono un’importanza cruciale, soprattutto in conseguenza della guerra in Ucraina. Gli Stati Uniti e l’UE sono tra gli attori che stanno cercando di ridurre la loro dipendenza dalla Cina. La competizione tra Pechino e Washington sta investendo anche il confronto sulla tecnologia, in particolare nel settore dei semiconduttori. Entrambi i Paesi hanno messo in atto strategie per incrementare la loro produzione interna di chip e di recente gli USA ne hanno impedito l’esportazione verso la Cina. Le relazioni tra Pechino e Bruxelles sono invece più sfaccettate e sebbene uno dei principali motivi di attrito riposi sulla violazione da parte cinese dei diritti umani, i paesi membri non hanno adottato lo stesso atteggiamento intransigente di Washington, per il timore di eccessive ripercussioni economiche. Cina e Russia condividono una visione fortemente critica dell’attuale ordine internazionale, sbilanciato a favore degli interessi americani. Dalla prospettiva di Xi, il nuovo ordine internazionale dovrebbe fondarsi su una solida componente cinese con il rilancio, tra l’altro, di istituzioni multilaterali come la Shanghai Cooperation Organization (SCO) e il Brics Summit. In questo contesto la Cina trova un alleato nella Russia di Vladimir Putin. La ricerca cinese di un’egemonia globale è alla base della nascita e dello sviluppo della strategia del FOIP (Free and Open Indo-Pacific) su cui si strutturano le politiche estere del Giappone e dell’India, gli altri due principali attori della regione asiatica impegnati a controbilanciare le aspirazioni egemoniche di Pechino. Un altro capitolo particolarmente delicato, quanto controverso, ha riguardato l’atteggiamento sempre più aggressivo di Pechino verso Taipei, sfociato in ripetute manovre militari come la Joint Sword tramite cui i cinesi sono arrivati addirittura ad accerchiare l’isola per tre giorni, nella difesa del principio della One Great China per il quale l’indipendenza e la pace di Taiwan sono possibilità che si escludono a vicenda. Nelle ultime settimane, poi, la questione taiwanese ha raggiunto picchi di criticità forse senza precedenti, con l’acuirsi del dissidio sino-nipponico seguito alle recenti dichiarazioni della premier giapponese Takaichi Sanae e quindi con l’intensificazione delle manovre tattiche e militari cinesi verso l’isola. Uno scenario allarmante che rischia concretamente di degenerare in un nuovo conflitto bellico che avrebbe pesantissime ricadute sugli equilibri mondiali.
Arriviamo all’Europa e quindi all’Italia ma nella sua statura di media potenza e-o come inscindibile crocevia artistico monumentale di storia e bellezza. E se lei pensa quindi che la Cina abbia un “cuore” ovvero se sia capace di scindere la sua ideologia ed il suo pragmatismo dal suo animo antico e spirituale.
L’attuale impostazione ideologica del governo cinese che mira alla realizzazione del cosiddetto Chinese Dream è probabilmente il risultato di lungo periodo – in termini storico-culturali – della millenaria tradizione imperiale e confuciana del Paese. La dottrina confuciana (o neoconfuciana) è ancora alla base della regolamentazione delle dinamiche sociali e interpersonali, lasciando immutata una fotografia che potrebbe apparire ormai sbiadita. Dal punto di vista geoculturale, infatti, l’Asia orientale corrisponde sostanzialmente al mondo sinico (l’Asia sinizzata), ovvero alla regione che comprende tutti quei Paesi il cui percorso storico è stato profondamente influenzato dalla civiltà cinese e dalla pervasività dei valori confuciani – distinta quindi dall’Oriente islamico e dall’Oriente induizzato. La Cina, Taiwan, il Vietnam, Singapore, la penisola coreana e l’arcipelago giapponese rientrano in quest’area. Qualsiasi considerazione in merito non può prescindere, infatti, dal ruolo svolto storicamente dalla civiltà cinese nell’intera Asia nordorientale, centrale per i suoi lasciti culturali e linguistici (il sistema di scrittura ideogrammatico) che hanno funto da collante per l’identità di questi Paesi. La caratteristica geopolitica essenziale della Cina è proprio la sua centralità o continentalità. All’estremo opposto del Giappone, la Cina ha fatto della sua vasta territorialità l’elemento distintivo, riflesso questo della sua millenaria tradizione imperiale che aveva visto le dinastie cinesi dominare gran parte dell’Asia fino ad arrivare alle porte del continente europeo nel suo periodo di maggior splendore. In tale contesto, la Cina si è sempre auto-percepita come “Paese del centro” (come il suo stesso nome evoca in lingua cinese – Zhōngguó): il fulcro di un sistema internazionale descritto simbolicamente come una serie di cerchi concentrici che si diramano da quello centrale (la Cina, appunto) per poi estendersi gradualmente a quelli più lontani della sua regione di appartenenza. Si tratta di un retaggio culturale che affonda le radici nella storia lontana, quando Pechino era al centro di un sistema che vedeva i cosiddetti “stati tributari” elargirle corvée in cambio di protezione. Ebbene, questa percezione del mondo sopravvive nella Cina di oggi, la cui visione del sistema internazionale la pone al centro di un mondo dove Pechino è ansiosa di realizzare il tanto declamato Chinese Dream del leader Xi.

Ci parli della Cina culturale post-Mao e del suo revisionismo che ne ha svelto e distrutto le millenarie memorie culturali, artistiche e storiche.
Con la scomparsa del “Grande Timoniere” e un breve interludio politicamente caotico (solo pochi anni dopo lo storico rapprochement con gli Stati Uniti di Richard Nixon e di Henry Kissinger), l’avvento di Deng Xiaoping ha promosso un processo assimilabile – sebbene con i dovuti distinguo del caso – a quello della destalinizzazione dell’URSS. La grande e autorevole immagine di Mao continua a campeggiare nella celebre piazza Tienanmen e il suo faccione domina l’accesso alla Città Proibita senza perdere il suo smalto. Tuttavia, la RPC di oggi ha contratto un enorme debito di gratitudine da Deng, comunemente considerato il padre della Cina moderna grazie alla sua politica centrata sulle “quattro modernizzazioni”. L’istituzione delle cosiddette “Zone Economiche Speciali” (ZES) dislocate lungo l’area rivierasca del sud-ovest del Paese liberalizzate al commercio, agli scambi internazionali e agli IDE ha costituito l’ossatura di quel capitalismo con caratteristiche cinesi evolutosi nella forma di cui oggi siamo spettatori. La parte economicamente più dinamica del Paese resta ancora oggi la medesima, abbracciando la grande area di Shanghai da cui si dirama in diverse direzioni. Tuttavia, l’era denghiana e le sue riforme hanno fatto in modo che i cinesi si lasciassero alle spalle i ricordi del disastroso “Grande Balzo in Avanti” promosso diversi anni prima da Mao e poi dalle barbarie della “Grande Rivoluzione Culturale e Proletaria”, infondendo nuova fiducia nel Popolo e nel cammino radioso a cui sembrava predestinato da sempre il “Paese del centro”. Fatico, tuttavia, a immaginare che ciò abbia distrutto (ma nemmeno minato) la memoria culturale cinese. Dengh non ha destituito Mao, così come il denghismo non ha soppiantato il maoismo, ma ne ha rappresentato un’evoluzione fisiologica che non ne dinega i fondamenti dottrinali. Non è un caso che Xi si sia più volte riappellato all’eredità maoista per consolidare e poi legittimare il suo mandato politico ad libitum, quello stesso Mao che meritava il disprezzo di Joseph Stalin ai cui occhi appariva come un rozzo contadino che non aveva mai letto Il Capitale di Karl Marx.
Cosa ci può legare alla Cina attuale? O pensa che solo un nuovo corso con più democratico potrà legarla non solo a noi ma all’Occidente più in generale?
Si tratta di una domanda complessa ma semplice al tempo stesso. Proverò a fornire alcuni dati e a formulare alcune riflessioni che ne spiegheranno la ragione, inducendo il lettore a trarre le sue naturali conclusioni. Dalla crisi finanziaria del 2008, il ruolo della RPC come attore globale è diventato sempre più importante; non sorprende quindi che questo Paese stia oggi contribuendo in misura preminente alla crescita economica globale. L’influenza del Paese – sesto produttore di petrolio al mondo – è dominante anche nei mercati delle materie prime. L’economia cinese si colloca al secondo posto nel ranking mondiale, con un valore del PIL che supera i 20,25 trilioni di dollari. Tuttavia, da svariati anni ormai la domanda ha superato la produzione interna e la RPC è diventata il più grande importatore di petrolio al mondo, davanti agli Stati Uniti. Il mercato cinese conta più di 6.000 società quotate, per una capitalizzazione di borsa complessiva di oltre 19 mila miliardi di dollari, secondo solo a Wall Street. L’aspirazione di Pechino per l’autosufficienza tecnologica si è tradotta nel corso degli ultimi anni in un’accelerazione degli investimenti in prodotti e in tecnologie avanzate. Inoltre, si è registrata una collaborazione strategica con i “paesi allineati” – ad esempio nella Belt and Road Initiative – nei settori del commercio, degli investimenti e della finanza. In occasione dei vari Digital China Summit sono stati presentati al mondo gli ultimi risultati raggiunti dal Paese nel campo della digitalizzazione, articolata su undici diversi fronti, tra cui infrastrutture digitali, risorse, economia, affari governativi, cultura, società, civiltà ecologica, innovazione tecnologica, sicurezza, governance e cooperazione internazionale. Sul piano economico, infine, hanno rappresentato una sfida strutturale tanto la riforma del sistema finanziario quanto l’internazionalizzazione del renminbi.
Tuttavia, il problema dei diritti umani in Cina rientra tra i dossier più spinosi che riguardano la situazione socio-politica interna e la percezione del Paese da parte della comunità occidentale. Mentre Xi tiene a ribadire puntualmente nelle occasioni di incontro con leader stranieri che la questione non deve essere politicizzata e strumentalizzata per interferire negli affari interni di altri Stati, la Cina continua a essere al centro dell’attenzione internazionale per i casi di violazione dei diritti umani. Tra i più recenti vi è l’arresto dei due avvocati attivisti cinesi Xu Zhiyong e Ding Jiaxi, membri di spicco del “Movimento dei nuovi cittadini” che si propone di promuovere la trasparenza del governo. Condannati a circa 14 anni di carcere per aver criticato Xi sulla gestione della “crisi coronavirus”, sono stati tenuti in isolamento e torturati. Le rigide restrizioni per l’epidemia, infatti, hanno in alcuni casi precluso il diritto alla salute e al cibo, ma il governo ha sistematicamente soffocato le critiche sulle proprie misure politiche attraverso un’attenta censura del web. È inoltre proseguita la repressione delle minoranze etniche come quella tibetana. Una riflessione a parte meritano gli uiguri, un’etnia turcofona di religione islamica che vive soprattutto nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, di cui rappresentano circa il 46% della popolazione locale e che rivendica l’autonomia da Pechino. Un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) pubblicato a settembre 2022 ha fatto luce su quelle che da anni sono state denunciate dalle Nazioni Unite e da attivisti di tutto il mondo come gravi violazioni dei diritti umani contro gli uiguri e altre minoranze musulmane da parte del governo cinese, facendo riferimento a modelli di tortura o maltrattamento, tra cui terapie mediche forzate, condizioni di detenzione avverse e violenze sessuali. In risposta, nel marzo del 2023, gli Stati Uniti avevano applicato restrizioni all’importazione di prodotti provenienti dallo Xinjiang, attuando le misure previste dall’Uyghur Forced Labor Prevention Act (UFLPA), con cui il governo americano aveva stabilito il divieto di ingresso per le merci prodotte dalla comunità uigura con l’impiego di lavoro forzato. Le discriminazioni in ambito lavorativo, la violenza domestica e l’accesso limitato all’istruzione e alle opportunità di lavoro continuano a interessare la condizione delle donne cinesi. Il governo si è recentemente impegnato a promuovere l’uguaglianza di genere nel settore della ricerca scientifica, tecnologica, ingegneristica e matematica che è ancora dominato dagli uomini. Questa sottorappresentazione è comprovata dallo scarso 6% di donne che fanno parte dell’Accademia cinese delle scienze – una quota alquanto significativa considerato che le donne rappresentano il 46% della forza lavoro scientifica e tecnologica a livello nazionale. Per rimediare a questo squilibrio, il governo ha pianificato una serie di misure che includono un potenziamento della formazione e degli spazi di sviluppo della carriera, nonché l’assunzione di un numero maggiore di donne in posizioni dirigenziali. La revisione della legge sulla protezione dei diritti e degli interessi delle donne è entrata in vigore il 1° gennaio 2023: si tratta del primo emendamento alla legge incentrata sulle donne in 15 anni che mira a salvaguardarne gli interessi professionali, compiendo un passo avanti anche sul versante delle molestie sessuali sul posto di lavoro. La condizione LGBTQ+ è ancora un argomento tabù nella RPC e la comunità deve affrontare dure conseguenze come l’ostracismo e la disoccupazione. Essa ha dovuto a lungo fare i conti non solo con i pregiudizi della società, ma anche con le pressioni dello Stato: censura, sorveglianza e intimidazione, a volte persino detenzione da parte della polizia. Tuttavia, anche la comunità LGBTQ+ sta lottando per vedere riconosciuti i suoi diritti e molte persone vivono apertamente la loro identità sessuale con una crescente accettazione da parte della società, specialmente nell’area urbana di Shanghai che ogni anno ospita il gay pride.
In Italia v’è una destra-destra, dopo anni di sinistra e centro-destra: che tipo di rapporti o dinieghi ci possono essere con la Cina? O il fatto è ininfluente ai fini dei rapporti economici con la RPC?
Dopo il ritiro dell’Italia dal progetto della OBOR (One Belt One Road) a cui aveva aderito in pompa magna il governo Conte qualche anno fa, l’orientamento politico dell’attuale esecutivo italiano sembrava inequivocabile. Le allarmanti involuzioni della situazione politica internazionale sotto diversi aspetti, unitamente allo scossone provocato dall’amministrazione Trump che paventa un nuovo scisma all’interno della stessa comunità occidentale (per certi versi analogo al Transatlantic divide causato dalla politica estera di Bush Jr. in occasione della guerra in Iraq) lasciano pochi spazi di manovra – o di futurologia politica. Stiamo assistendo a una riesumazione della power politics nella sua più pura accezione di realpolitik bismarckiana, a nuove forme di imperialismo declinate nei termini più biechi umanamente immaginabili, al valore del conflitto che sostituisce il principio liberale della cooperazione e che finisce per dominare le agende di politica estera, alla dicotomia amico/nemico che ci auguravamo superata nella formulazione della categoria dell’impolitico. Le pressioni e le minacce alle porte della nostra Europa spingono Bruxelles a una mozione d’ordine che guarda a una corsa agli armamenti che sembrava sepolta sotto le ceneri delle strategie della deterrenza e della compellence che hanno drammaticamente connotato gli anni della Guerra Fredda. Dopo la caduta del Muro di Berlino abbiamo imparato ad apprezzare il messaggio del celeberrimo storico Eric J. Hobsbawm contenuto nel suo Il secolo breve, illudendoci che la logica hobbesiana della politica internazionale fosse stata bellamente superata dalla consapevolezza di un sistema-Mondo in grado di cooperare anche con i paesi illiberali confidando sul valore aggiunto insito nel concetto di spill-over.
