Carabinieri TPC In primo piano 

Arte ladri e carabinieri

Una doverosa premessa, frutto di una lunga frequentazione negli anni, il reparto TPC (Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri) non privilegia che vengano pubblicizzati i nomi dei suoi singoli operatori, per eccellenti che siano, e per non esporne alcuno per motivi di sicurezza, ma anche di segretezza per le loro indagini passate e future. A ciò si aggiunga che è uno di quei corpi “scelti”che fanno della loro unione e coesione e motivo di vanto e di distinzione.

Detto ciò e mentre il loro lavoro è basato sulla “riservatezza” di uomini e di carabinieri, il nostro di giornalisti o giornalai se si voglia, fa viceversa delle “rivelazioni” la sua orgogliosa essenza d’essere.
E dalle rassegne stampa che puntualmente raccogliamo a destra e a manca, ecco apparire nelle pagine di Le Point, prestigioso settimanale francese, un articolo del 24 luglio 2025 di Violaine De Montclos sagace e preparata giornalista sui traffici d’arte: “Van Gogh, Cézanne e la Banda dei piedi scalzi”, il ricordo di una bella pagina di capolavori salvati dalla ricettazione o financo dalla distruzione.

Siamo nel Maggio del 1998, dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma vengono rubati nella notte del giorno 19 tre quadri di valore artistico e monetario mondiali: L’Arlésienne e Le Jardinier di Vincent Van Gogh e Le Cabanon de Jourdan di Paul Cézanne.

A sinistra e al centro, Vincent Van Gogh, Le Jardinier e L’Arlésienne; a destra, Paul Cézanne, Le Cabanon de Jourdan

La chiamata al nucleo carabinieri della vicina caserma di via Anicia nel Lungotevere viene fatta all’alba da un addetto alla ristorazione della Galleria all’una di notte, insospettito dal fatto che il personale della stessa, nell’ala dell’edificio espositrice, non rispondeva alle sue chiamate telefoniche mentre era aperta la porta di accesso. In dieci minuti intervennero i militi del nucleo con il giovane trentaduenne sott’ufficiale Pompeo Micheli che trovò le donne del personale chiuse ed imbavagliate in uno sgabuzzino. Raccontarono che subito dopo la chiusura tre uomini erano sbucati da un nascondiglio indossando passamontagna, guanti ed erano a “piedi scalzi”. Una vigilante era stata costretta sotto la minaccia di una pistola a disattivare corrente elettrica e sistemi di allarme. I rapinatori sottraevano anche la cassetta di registrazione della videosorveglianza e si appropriavano come “argent de poche”, dell’incasso della giornata (cinque milioni di lire). Poi staccavano dalle pareti le tre opere di valore miliardario (Le Jardinier di Van Gogh era stato acquistato dieci anni prima dallo Stato italiano per 600 milioni di lire), Le Cabanon de Jourdan di Cézanne era l’unico quadro del Maestro francese in una collezione pubblica italiana.

«Subito capimmo» racconta l’intervenuto graduato Micheli «che la notorietà delle opere era tale che il rivenderli nel mercato sarebbe stato impossibile e che il furto faceva pensare ad un commissionario. In più che la banda conoscesse bene i locali, ben nascondendosi all’uscita dei visitatori ed eludendo le telecamere disposte ovunque e conoscendo la disposizione delle centraline di ripresa, fatte azzerare poi sotto minaccia. Ipotizzammo subito una complicità interna».

«Interrogammo e vagliammo tutti i dipendenti del museo e gli operai di cinque cantieri di restauro in corso» continua Micheli. «Nei giorni successivi arrivarono una serie di telefonate di mitomani o di depistaggio, che andavano dalla liberazione, in cambio delle opere, di un boss “della mala del Brenta”, al Fronte per la liberazione della Padania. Ma non ci distolsero dalle nostre intuizioni investigative, i sospetti maggiori li appuntammo sulla coordinatrice dei servizi di sorveglianza Stefania Viglongo che il 19 maggio aveva lasciato il lavoro prima del solito, e il cui marito Claudio Trevisan, da una serie di accertamenti, si appurò essere disoccupato in serie difficoltà economiche. Successive indagini con l’aiuto dell’Interpol stabilì che quest’ultimo si era incontrato in un bar a Casalotti (Roma) di proprietà di tale Alessandro Sinti e la cui figlia Annarita frequentava Eneo Ximenes un pluripregiudicato italo-belga appena scarcerato. Mettemmo un microfono nell’auto di uno della combriccola e venimmo a sapere gli altri nomi dei complici della rapina: Maurizio Possetto ex simpatizzante dei Gruppi Armati Rivoluzionari e Roberto Petruzzi elemento di spicco della malavita piemontese. Petruzzi era il capo banda ed aveva i contati con l’acquirente, che ad un certo punto si tirò indietro».

Il momento dell’arresto di Stefania Viglongo, coordinatrice della sorveglianza del Museo

«I ladri preoccupati» continua l’allora luogotenente Pompeo Micheli «pensarono anche per la notorietà dell’avvenuto e il suo clamore mediatico addirittura di distruggere i capolavori. Da quel momento e preoccupati continua il carabiniere, trattammo il caso come fosse un sequestro di persona. Ed intensificando le intercettazioni sentimmo dire per telefono Annarita Sinti al Possetto: “I pupi so tornati e stanno a nanna” e scattò immediatamente una retata che circondò contemporaneamente e la casa dei Sinti a Roma e la casa del Petruzzi a Torino. Le cornici erano state rimosse ma le tre opere in ottimo stato furono recuperate».

L’attrezzatura e le armi trovate in casa di Roberto Petruzzi

A quarantotto giorni dalla rapina i quadri in gran pompa furono riportati alla Galleria d’Arte Moderna con gran successo e trionfalmente. La rapida soluzione del caso consolidò una reputazione di eccellenza per il Nucleo, che, ancora oggi non ha mai vacillato.


N.d.r. – Il luogotenente Pompeo Micheli è quello che dicono nel loro gergo, e tombaroli e trafficanti incontrati, “un canaccio”, uno che non si scorda nulla, e che ti si mette attaccato “come na cozza” dicono a Roma”. Collega in indagini per anni di un altrettanto mordace investigatore, ora in pensione, il mitico sardo Roberto Lai, di cui il tenace pugliese Micheli ne ha preso con valenza il posto di comando.

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