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Da Roma a Verona, fino a Messina: quando i capolavori diventano ostaggi

Dalla rapina alla GNAM al colpo di Castelvecchio, fino al furto degli Antonello da Messina: quasi trent’anni di grandi furti d’arte, sicurezza museale e indagini per riportare a casa le opere

La notizia del furto delle opere di Antonello da Messina al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina mi ha riportato inevitabilmente indietro nel tempo, alla notte del 19 maggio 1998, quando dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma furono sottratti due dipinti di Vincent van Gogh e uno di Paul Cézanne. Tre capolavori conosciuti in tutto il mondo, apparentemente impossibili da vendere e proprio per questo difficili persino da immaginare come obiettivo di una rapina. Eppure furono rubati.

Diciassette anni dopo, il 19 novembre 2015, un’altra grande istituzione museale italiana venne colpita. Dal Museo di Castelvecchio di Verona furono portati via diciassette dipinti. Anche quella vicenda sarebbe entrata profondamente nella mia esperienza professionale, conducendomi, nell’ambito dell’Operazione Gemini, fino in Ucraina, dove rimasi per quasi tre mesi nelle attività che accompagnarono il recupero delle opere.

Roma, Verona e oggi Messina rappresentano tre vicende profondamente differenti, avvenute in epoche diverse e con modalità che non possono essere sovrapposte. Eppure, osservandole attraverso l’esperienza maturata in tanti anni di attività nel Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, ritrovo alcuni elementi sui quali ritengo necessario continuare a riflettere. Il primo riguarda inevitabilmente la sicurezza dei musei e, soprattutto, il rapporto tra tecnologia e fattore umano.

La rapina alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna rappresentò uno dei casi più importanti della mia esperienza investigativa. Oggi, quando torno in quel museo, al ricordo di quella notte si accompagna la constatazione di quanto sia cambiato il sistema di protezione. La GNAM di oggi è profondamente diversa da quella del 1998. La sicurezza è organizzata su più livelli, al personale del Ministero della Cultura si affiancano servizi professionali di vigilanza e il sistema comprende controlli agli accessi e ai varchi, apparati antintrusione, videosorveglianza e strutture dedicate alla gestione della sicurezza.

Anche il semplice visitatore percepisce immediatamente questo cambiamento. Entrare in un museo che custodisce opere di valore inestimabile significa accettare controlli che molti anni fa sarebbero forse sembrati eccessivi e che oggi considero assolutamente normali. Un museo deve certamente rimanere un luogo aperto, accogliente e accessibile, ma proprio perché ciò che custodisce appartiene alla collettività deve essere protetto con strumenti adeguati. La sicurezza non limita la fruizione dell’arte, ma contribuisce a garantirla nel tempo.

Dal 1998 a oggi la tecnologia ha compiuto progressi straordinari. Telecamere digitali, sensori, sistemi centralizzati di controllo, telefonia, geolocalizzazione, banche dati e nuovi strumenti investigativi offrono possibilità che alla fine degli anni Novanta erano difficilmente immaginabili. Eppure i grandi furti d’arte non sono scomparsi. Questo dimostra che la tecnologia, per quanto sofisticata, non può essere considerata autosufficiente. Dietro una telecamera deve esserci personale capace di interpretare ciò che vede, dietro un allarme qualcuno deve sapere immediatamente come reagire e dietro ogni procedura devono esserci persone formate per applicarla. La vera sicurezza nasce dall’integrazione fra uomini, tecnologia, organizzazione, formazione e capacità di intervento.

La vicenda di Castelvecchio, diciassette anni dopo la rapina romana, aggiunse a questa consapevolezza un altro elemento fondamentale. La presenza di personale professionalmente destinato alla vigilanza, da sola, non garantisce l’inviolabilità di un museo. L’indagine veronese consentì infatti di ricostruire il ruolo determinante assunto da una complicità interna. Era la dimostrazione di quanto il fattore umano potesse incidere in entrambe le direzioni, rappresentando una componente essenziale della sicurezza ma, quando viene meno l’affidabilità, anche una delle vulnerabilità più difficili da prevenire.
Chi conosce un museo dall’interno può conoscerne turni, abitudini, percorsi, accessi, zone meno controllate, tempi e modalità operative. La protezione del patrimonio deve quindi guardare contemporaneamente verso l’esterno e verso l’interno. Non bastano sistemi sofisticati se non sono accompagnati da selezione del personale, formazione, procedure, controllo delle informazioni sensibili e continua verifica delle vulnerabilità.

Castelvecchio mi avrebbe insegnato anche qualcosa di diverso e forse ancora più importante per chi svolge attività investigativa. Dopo un grande furto non basta comprendere come i criminali siano entrati nel museo e individuarne le responsabilità. Occorre seguire le opere. L’Operazione Gemini assunse una dimensione internazionale e mi condusse personalmente in Ucraina, dove rimasi per 89 giorni nell’ambito delle attività che portarono al recupero dei diciassette dipinti. Quella vicenda sarà al centro del mio prossimo volume, ma rappresenta già oggi una parte importante della convinzione che ho maturato nel corso della mia carriera: un’indagine su un furto d’arte non può fermarsi all’individuazione dei ladri.

Antonello da Messina, Polittico di San Gregorio, 1473, MuMe – Museo Regionale Interdisciplinare di Messina

Il furto di Messina ripropone anche un altro aspetto che avevamo già incontrato nel 1998 con Van Gogh e Cézanne e nel 2015 con i dipinti di Castelvecchio. Opere di questa notorietà diventano estremamente difficili da commercializzare attraverso i normali circuiti del mercato dell’arte. Nelle ore successive a un grande furto vengono attivati meccanismi che hanno proprio lo scopo di rendere il bene immediatamente riconoscibile. Fotografie, dimensioni, caratteristiche tecniche e particolari identificativi vengono diffusi attraverso le banche dati specializzate e i canali di cooperazione nazionale e internazionale.

Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale dispone della Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti e sul piano internazionale assumono particolare importanza i canali di cooperazione di polizia e gli strumenti messi a disposizione da INTERPOL, ai quali possono affiancarsi quelli della collaborazione doganale. In questo modo intorno all’opera rubata si restringono rapidamente gli spazi di movimento. Un capolavoro universalmente conosciuto non può comparire normalmente in una casa d’aste, essere proposto con tranquillità a un operatore professionale o entrare in una collezione senza che vengano poste domande sulla sua provenienza.

La mia esperienza mi ha però insegnato che un’opera difficilissima da vendere non è necessariamente un’opera priva di valore per il mondo criminale. Un bene culturale può rimanere nascosto per anni, attraversare più Paesi, passare attraverso intermediari o assumere nei circuiti illeciti una funzione completamente diversa dalla normale compravendita. Proprio per questo sarebbe prematuro attribuire oggi una precisa destinazione alle opere sottratte a Messina. Saranno le indagini a ricostruire il progetto criminale e a stabilire quale fosse l’obiettivo finale del furto.

Per chi si occupa di tutela del patrimonio, tuttavia, esiste una priorità che precede tutte le interpretazioni: recuperare le opere.

È una convinzione che nasce soprattutto dall’esperienza della GNAM. Gli autori della rapina romana erano stati individuati prima che riuscissimo a recuperare i tre dipinti. Sarebbe stato possibile concentrare l’attenzione esclusivamente sulle persone, ma mancavano ancora Van Gogh e Cézanne e, finché mancavano loro, per noi il lavoro non poteva considerarsi concluso.

Nel corso degli anni ho finito così per considerare le opere d’arte rubate, dal punto di vista investigativo, quasi come degli ostaggi. È naturalmente una metafora e non una categoria giuridica, ma descrive bene il modo con il quale ho sempre cercato di affrontare questo genere di indagini. Quando c’è un ostaggio non basta individuare chi lo ha sequestrato. Bisogna sapere dove si trova, evitare che venga trasferito o danneggiato, comprendere chi ne abbia materialmente la disponibilità e, quando le condizioni investigative lo consentono, scegliere il momento più opportuno per intervenire.

Durante l’indagine sulla GNAM arrivò una frase captata nel corso di un’intercettazione ambientale che sarebbe rimasta per sempre legata a quella vicenda: «I pupi stanno a nanna». Comprendemmo che quei “pupi” erano i dipinti e che erano ancora custoditi. Il 6 luglio 1998, quarantotto giorni dopo la rapina, i due Van Gogh e il Cézanne furono recuperati. Per me quelle poche parole continuano ancora oggi a rappresentare uno dei significati più profondi di quell’indagine, perché ricordano quanto sia importante non perdere mai di vista le opere mentre si lavora per individuare e assicurare alla giustizia gli autori del reato.

Diciassette anni dopo, a Castelvecchio, lo scenario era completamente diverso e molto più complessa sarebbe diventata la dimensione internazionale dell’attività investigativa, ma il principio rimaneva lo stesso. Diciassette dipinti erano stati rubati e diciassette dovevano tornare. L’indagine ci portò fino in Ucraina e il recupero dell’intero gruppo di opere rappresentò il raggiungimento di quell’obiettivo che, per chi opera nella tutela del patrimonio culturale, deve sempre accompagnare il risultato giudiziario.

Il Luogotenente Pompeo Micheli e il Generale Roberto Conforti

Roma e Verona hanno rafforzato in me la stessa convinzione. Arrestare chi ha commesso un furto è fondamentale, ma riportare a casa ciò che è stato sottratto rappresenta la conclusione naturale dell’indagine. È anche per questo che ho voluto raccontare la vicenda romana nel mio libro La Banda dei Piedi Scalzi. La rapina del secolo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Non soltanto per conservare la memoria di una grande operazione investigativa, ma perché credo che le esperienze del passato abbiano un valore ancora maggiore quando consentono di comprendere ciò che accade nel presente. Lo stesso spirito mi sta accompagnando nel lavoro dedicato all’Operazione Gemini e al furto di Castelvecchio.

Oggi Messina riporta nuovamente al centro dell’attenzione la sicurezza del nostro patrimonio. Ci ricorda che nessun sistema può essere considerato definitivamente invulnerabile, che il fattore umano rimane essenziale e che persino opere apparentemente impossibili da commercializzare possono diventare obiettivo della criminalità. Ci ricorda soprattutto che il successo di un’indagine sui beni culturali non può essere misurato soltanto attraverso l’individuazione dei responsabili.

Gli autori devono essere assicurati alla giustizia, ma i capolavori devono tornare al loro posto. La GNAM me lo insegnò nel 1998 e Castelvecchio rafforzò quella convinzione nel 2015. Oggi, davanti alle opere di Antonello da Messina sottratte al museo, il pensiero è inevitabilmente lo stesso.

Gli “ostaggi” devono tornare a casa.

di Pompeo Micheli


PARALIPOMENA

E quel che non dicono i temerati, ponderati ed esperti investigatori, si possono permettere di aggiungere gli intemerati scribacchini (non liberi dal peccato e incerti in ogni turbamento) come il sottoscritto.
E naturalmente dalle fonti che ha una piccola pubblicazione, di provincia sovrappiù, a sua disposizione e ovvero veline, comunicati ed articoli di giornali di punta.

E questa volta la collaboratrice siciliana de “Il Fatto Quotidiano” la valente Manuela Modica, ci ha ragguagliato appieno.
Mentre era in atto il furto nel Museo e l’allarme suonava allegramente, o sinistramente, i quattro custodi ivi presenti lo spegnevano (?) e perché mai… ancora “nun si sà”, magari dava fastidio. E avvisavano qualcuno? No… e perché mai… ancora nun si sà, magari erano in altro impegnati.
Parola d’ordine: professionalità, due di loro erano ex precari dell’ASU (Attività Socialmente Utili) e assunti dalla SAS regionale (Servizi Ausiliari Sociali) cioè esperti in nulla, degli altri due non ho reperito notizia alcuna dai colleghi giornalisti… ma forse soggetti “in recupero”, cioè gente condannata da riabilitare? (Che la Regione non si perita di reclutare a tali non reclusionali compiti)

La Regione siciliana assume dunque per custodire opere da milioni di euro e capolavori d’arte di secoli, gente diciamo “protetta” per loro incapacità fisiche, culturali, relazionali o quant’altro.
La giornalista, come gli inquirenti ipotizzano: basisti? Certamente come in questi casi, ve ne sono sicuramente, uno o più, ma a nostro modesto avviso non crediamo, e a spada ops penna tratta, siano i custodi detti, che per noi hanno più la figura di ingenui, semplici, pur assunti a si compito, imbecilli (per tendenza e status). Quelli di una volta di cui lamentava l’assenza il grande Sciascia e che la regione siciliana, a corto di personale l’incredibile motivo, assume! Oh tempora o mores.

di a.f.

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